Un’alluvione 200 anni fa

È successo oggi, memorabile piena del Brenta

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Esattamente duecento anni fa, il 13 ottobre del 1823, avvenne una catastrofica piena del fiume Brenta, che colpì varie zone del nostro territorio; in particolare, nel bassanese, fu spazzata via la chiesa e persino il campanile di Marchesane.
Grazie a una ricerca svolta dal nostro consigliere Bruno Lazzarotto (che ha procurato la figura della chiesetta intitolata alla Madonna della Neve, fonte coll. Antichità Sartori), abbiamo ritrovato negli scritti di Ottone Brentari (geografo, storico, giornalista e politico italiano) la seguente descrizione (Storia di Bassano e del suo territorio).
“Straordinaria ed improvvisa piena del Brenta. Alle 4 antimeridiane il fiume si elevò 3.10 sopra lo zero dell’idrometro di Bassano. Quindi decrebbe; ma dal mattino del giorno 14 giunse sino a metri 3.30 sopra lo zero. Quella pioggia cagionò i seguenti danni: rotta di parte della rosta Cerati alla Piovega; distruzione di un pezzo di rosta delle seghe Martinato a Cismon; rotta della rosta Milana a Carpanè; sradicamento di una stilata del ponte di Cismon; distruzione del ponte di Valstagna; corrosione dell’argine tra il Brenta e la roggia Vanolo e Serraglia; sollevamento ed asporto del bocchiero nella traversagna della rosta Rosà, ed altri gravi danni alla stessa; distruzione dei parapetti degli edifici Serraglia di fronte alla rosta Rosà; gravi rovine a San Fortunato e Marchesane, dove fu distrutta la chiesa; danni alle roste Dolfina, Bernardi, Remondini e Grimani; altri danni al Lazzaretto e nei luoghi inferiori”.
L’immagine sopra riportata rappresenta proprio la chiesetta alla fine del Settecento, che dopo la piena del 1823 non venne più ricostruita.
D’altro canto, consultando anche lo storico libro di Luigi Miliani (Le piene dei fiumi veneti e i provvedimenti di difesa, edito nel 1939 su iniziativa dell’Accademia dei Lincei), all’epoca responsabile del Magistrato alle Acque, viene riportato testualmente quanto segue.
“Nel 1823 si ebbe una piena spaventosa per la quale i livelli idrometrici giunsero a metri 6,58 a Limena. Le rotte e le distruzioni di muri e di argini furono numerose. Lo squarcio maggiore della estesa di metri 150 si ebbe a Tremignone, dove le campagne furono allagate con altezza media di metri 0,50.
Da quanto riporta il Marini, in quella circostanza gravi disordini dovettero deplorarsi anche lungo la Valsugana, dove il ponte di Valstagna venne distrutto, mentre a Carpanè si verificarono numerose allagazioni dei terreni di fondo valle. Inferiormente a Bassano la distruzione dei ripari arginali e la invasione delle acque provocarono il crollo della Chiesa e del campanile di Marchesane. Vennero inoltre demolite le prese delle rogge Rosà, Bernarda, Remondina e si ebbe a deplorare altresì la rovina di alcuni fabbricati nei dintorni di S. Fortunato. In destra, allo sbocco del Longhella, numerosi danni si verificarono per il crollo di fabbricati e per rovina di opere idrauliche”.
Le parole del Brentari e del Miliani fanno venire i brividi, ma questa del 1823 non fu né la prima né l’ultima delle piene catastrofiche che colpirono le nostre aree. Dopo la catastrofica piena del 589 dopo Cristo descritta da Paolo il Diacono, tale addirittura da deviare il corso del Brenta (che in epoca romana era suddiviso in due rami, Medoacus maior e Medoacus minor), gli annali ricordano infatti altre piene storiche nei seguenti anni: 1175, 1295, 1299, 1531, 1600, 1772-1786 (in particolare 1781), tra il 1838 e il 1877 il livello di guardia fu sorpassato 285 volte, 1882, 1926, 1951, 1953, 1965, 1966.
Ripercorrendo queste date, sembra quasi che ci sia una ricorsività, e che ogni tot anni una piena in modo irreversibile debba capitare.
Cosa è stato fino adesso per prevenire le piene fluviali?
Dopo la gravissima piena del novembre 1966 venne costituita da parte dei competenti Ministeri una apposita Commissione di esperti (Commissione Interministeriale per la Difesa del Suolo), formata dai principali docenti delle Università di tutta Italia, per individuare, per ogni distretto idrografico, dopo ampio approfondimento, le necessarie soluzioni, nel 1970: la cosiddetta “Commissione De Marchi”.
Il nome è quello del professore Giulio De Marchi, illustre docente universitario di Ingegneria idraulica presso il Politecnico di Milano, che ne coordinò i lavori.
In tale ambito per il distretto del fiume Brenta venne valutata come prioritaria la realizzazione del bacino del Vanoi, che la Commissione assegnava addirittura al primo periodo operativo, che avrebbe dovuto realizzarsi entro il 1975.
Per tale opera fu poi svolto uno studio di fattibilità su finanziamento della Regione Veneto, approvato sia dal Ministero delle Opere Pubbliche (in data 5 giugno 1987), sia dalla stessa Regione Veneto con Delibera di Giunta regionale n° 6497 del 1989.
Nel frattempo, gli eventi alluvionali del novembre 2010, febbraio 2014, ottobre 2018 (tempesta Vaia) e la siccità di vari anni recenti hanno ulteriormente confermato la necessità di tale opera, davvero conclamata con la siccità vissuta nel 2022.
Il cambio climatico è ormai assodato e porta, oltre alla tropicalizzazione degli eventi meteo, allo scioglimento di nevai e ghiacciai; in altre parole, il venir meno delle scorte d’acqua in montagna. Non si vedono quindi strutture alternative a questa per ottenere i vari obiettivi che il territorio richiede: la difesa idraulica e la soddisfazione degli utilizzi idrici, sia potabili che irrigui.
Dopo tanti anni (se la piena del 1823 è avvenuta 200 anni fa, quella del 1966 cinquantasette anni fa) si auspica che non si debba aspettare un altro evento catastrofico per assumere in modo razionale adeguati provvedimenti a tutela del territorio.

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