I segreti dell’Arzeron

Sensazionale scoperta

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Un acquedotto romano tra le risorgive del Brenta e la città di Padova: sensazionale scoperta archeologica, che il Consorzio ha appreso poche sere fa, in occasione di un convegno promosso dalla Soprintendenza e dal Comune di Grantorto, a cui hanno partecipato il Commissario Straordinario, dr. Luigi De Lucchi, e il direttore del Consorzio, ing. Umberto Niceforo.

Grazie a una ricerca pluriennale, espletata da un team multidisciplinare coordinato dal dr. Matteo Frassine, funzionario archeologo della Soprintendenza, si è dedotto che quello che fino a poco tempo fa veniva ritenuto un argine fluviale o un asse stradale era invece un manufatto acquedottistico di rare fattezze, ben diverso dai tradizionali acquedotti romani sviluppati su arcate fuori terra.

Si sono, così, finalmente capite le funzioni del misterioso terrapieno noto come “Arzeron della Regina”. Esso correva dalla media pianura verso Padova, era alto tra i 3 e i 5 metri e largo alla base ben 30 metri: proprio la presenza di una salita alla sua sommità diede il nome a “Montà”. Spianato a più riprese, nei secoli, conserva nei pressi della città due tratti, arriva fino a Taggì e Villafranca e per secoli fu usato come via di transito, soprattutto per la transumanza per l’altopiano di Asiago.
L’acquedotto era alimentato dalle acque emergenti dalla falda e il punto di captazione doveva collocarsi dove tuttora esiste una risorgiva, a Gazzo, nei dintorni della località Fontanon del Diavolo, toponimo spesso associato anche ad altri acquedotti romani (in Lombardia, in Emilia Romagna e nelle Marche).
Per quasi metà del suo percorso la struttura idraulica era sotterranea, ma dovendo seguire una pendenza costante (0,70 metri per chilometro) per lo scorrimento delle acque, affiorava progressivamente fino a Boschiera (Piazzola sul Brenta), dove saliva su pilastri allineati (in numero di circa 2500) inseriti all’interno di un terrapieno a sezione trapezoidale. Il condotto idraulico correva quindi al di sopra del terrapieno almeno fino a Montà. Il terrapieno è ancora quasi completamente conservato sotto l’attuale viabilità a Villafranca Padovana (via Roma), mentre un ultimo tratto alto quasi 3 metri è visibile a Montà, a nord di villa Ottoboni.
Si tratta di una struttura fuori dal comune e, per i suoi elementi costruttivi, piuttosto nuova nel panorama dell’idraulica antica non avendo le arcate, forse invece presenti nel tratto finale. Tra la chiesa di San Bartolomeo a Montà e la città di Padova, infatti, in epoca romana esisteva una depressione di circa 3 metri, legata alle dinamiche del fiume Brenta. Visto questo dislivello e l’eventuale necessità di alzare il terrapieno fino ad almeno 6-7 metri per garantire lo scorrimento dell’acqua, l’acquedotto forse era dotato di arcate nell’ultimo tratto del percorso.
Non si conosce ancora il recapito finale e quindi dove si raccogliessero le acque, solitamente presso un “castellum aquae”, probabilmente nel punto più alto di Padova in epoca romana, tra l’attuale Piazza del Duomo e Palazzo della Ragione. Il luogo sopraelevato avrebbe agevolato la distribuzione idrica, che raggiungeva il centro abitato con una portata stimata tra 70 e 200 litri al secondo. La realizzazione si ritiene risalga al tardo I secolo a.C.

Compresa la reale funzione acquedottistica dell’Arzeron della Regina, ora gli studiosi si stanno dedicando a un’altra struttura che potrebbe essere analoga, ovvero il cosiddetto “Lagozzo” o via Claudia Augusta Altinate. Anche questo terrapieno, smantellato negli anni 1930, potrebbe in realtà non essere una strada in rilevato, come da sempre ritenuto, bensì un manufatto analogo a quello patavino e quindi l’acquedotto che alimentava la città romana di Altino.
Per citare Giambattista Vico, sembra di assistere ai “corsi e ricorsi della storia”: già dai tempi dei romani, più di duemila anni fa, l’acqua di buona qualità per la città di Padova (e forse oltre) veniva prelevata dalle risorgive del nostro territorio. Nasce spontaneo, dunque, un parallelo con l’attualità, in cui il Modello Regionale degli Acquedotti ha individuato come fonte indispensabile il prelievo dalle falde del Brenta a Camazzole per gran parte del Veneto.
Le falde e le risorgive del nostro territorio costituiscono quindi, ora come allora, un patrimonio storico e prezioso per comunità molto più ampie. Lo spirito solidaristico impone di accettare questi prelievi a favore di altre comunità, a patto di pensare anche al futuro dell’acqua, quindi a opportune opere di tesaurizzazione della risorsa idrica e a condizione che lo spirito di solidarietà valga, quando necessario, anche nei confronti del nostro territorio.

Per quanto concerne la scoperta archeologica, che potrebbe riservare altre sorprese, il Consorzio intende porsi a disposizione degli Enti competenti e degli Studiosi per ogni eventuale iniziativa di valorizzazione.

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